Comitato Festa Addolorata

 

STORIA, FEDE E TRADIZIONE RELIGIOSA DEL POPOLO DI DUCENTA NELLA DEVOZIONE ALLA  BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA

La devozione del popolo di Ducenta, in particolare delle donne di Ducenta alla Beata Vergine è stata sempre un cardine della vita di ogni giorno, infatti le immagini della Vergine che venivano e tuttora vengono tenute in grande venerazione sono quella della Beata Vergine del Rosario e quella della Beata Vergine Addolorata. Tali culti hanno radici antichissime ed hanno avuto una spinta ancora maggiore con l’avvento funesto della prima e seconda guerra mondiale, dove le popolazioni nostrane, in maggioranza formate da contadini,  private delle braccia dei giovani impegnati nei conflitti, dovettero affrontare difficoltà di ogni genere. In particolare le donne dovettero mettere a frutto tutte le loro qualità, la loro intelligenza e la loro operosità nel riuscire a dare il necessario sostentamento alle famiglie, soprattutto agli anziani ed ai figli piccoli. Unico conforto lo trovavano nel dialogare con la Beata Vergine che consideravano quasi persona viva e presente in mezzo a loro. Esse avevano ben compreso le difficoltà, i patimenti, le traversie e i dolori che la Vergine aveva subito e sopportato nella sua vita. Ella che da subito, ancora giovane fanciulla, promessa sposa, aveva fatto dono della sua femminilità all’Altissimo, rinunciando ai piaceri della carne, ubbidendo prontamente al suo volere, senza tentennamenti e senza esitazioni, ben sapendo di dover già da allora affrontare prove durissime esponendosi al pericolo di essere additata come donna infedele e adultera e pertanto meritare la morte per lapidazione. Ma la sua totale fiducia in Dio,  è la sua guida, e lo sarà per l’intera sua esistenza.  Lo sarà nell’affrontare le difficoltà del parto, nell’accettare la profezia di Simeone che le diceva di dover sopportare un enorme dolore, tanto grande da essere paragonato al dolore di una spada che trafigge un cuore; nell’abbandono della sua terra per fuggire in Egitto per salvare il figlio dalla furia e dall’odio del potente di turno.  Nella ricerca affannosa del figlio ancora fanciullo, smarrito perché si era trattenuto al tempio di Gerusalemme a discorrere delle cose del Padre Suo senza aver avvisato Lei o Giuseppe; Dedita all’oscuro lavoro femminile di ogni giorno, deve accettare l’allontanamento da casa del figlio perché impegnato a indicare all’umanità la strada del vero amore che porta al Padre ma che avrebbe portato lui ad affrontare strazi e sevizie indicibili ed inimmaginabili, tanto da condurlo alla morte. Il dolore che aveva provato quando il figlio innocente era stato arrestato, processato e condannato a morte. L’indicibile sofferenza sopportata nell’incontrare il figlio straziato, sulla via del Calvario. Terribile tormento nel vederlo messo in croce e lasciatovi morire senza poter in alcun modo aiutarlo, anzi da Lui stesso consolata nell’essere indicata come “Madre dell’umanità”. Lo strazio di madre nell’accogliere in grembo, dopo tanta sofferenza e tanto dolore, il corpo morto del giovane figlio immensamente amato, potendo solo affidarlo al freddo sepolcro. Tanti patimenti, tanti dolori e gli inimmaginabili ed indicibili strazi, venivano eloquentemente spiegati loro da dotti predicatori che di volta in volta, anno dopo anno si avvicendavano sul pulpito di questa chiesa, per ben far comprendere la grandezza di quella donna fragile e indifesa che era divenuta la “Donna per eccellenza, la Madre dell’umanità” perché era stata salda nella sua fede e mediante essa era stata capace di sopportare quanto di più terribile e nefasto, dolore, possa essere da mente umana immaginato. Esse, dicevo, la consideravano e tante la considerano ancora adesso, colei che è sempre attenta e pronta ad aiutarle nelle difficoltà quotidiane. Numerosissime erano le invocazioni che le rivolgevano quotidianamente, attingendo da queste, forza e vigore nell’affrontare le sfide di ogni giorno. Ella era la compagna per eccellenza a cui tutte si ispiravano. Nella preghiera comunitaria-familiare recitata ogni giorno trovavano forza e serenità, e la devozione alla Vergine  Addolorata era un lenitivo anzi, il toccasana per i loro dispiaceri, le loro sofferenze e i loro dolori. Da ciò nasceva una grande solidarietà tra esse, solidarietà intesa come norma che sopraintendeva la vita, infatti, la difficoltà di una era difficoltà per tutte; ognuna sapeva di poter contare nell’aiuto dell’altra anche nelle minuzie come poteva essere la richiesta di una foglia di prezzemolo, un gambo di sedano o un pizzico di sale. Tutto ciò veniva alimentato dalla costante presenza del parroco il reverendo Michele Bottiglieri, che instancabilmente era sempre impegnato a dare conforto ed aiuto a tutti coloro che erano in difficoltà. Seguiva personalmente tutte le catechesi che venivano impartite ai giovani nell’allora fiorente “Azione Cattolica”, guidata per un decennio dalla sig.na Paolina Belluomo; essa aveva sede nella canonica, ma per le attività e gli incontri il gruppo femminile si riuniva presso l’istituto delle suore di Santa Teresa del Bambin Gesù. Tutti i giovani erano guidati da adulti che con volontà si attivavano per la buona riuscita delle attività proposte. D’altra parte, i padri del seminario missionario (PIME) aprivano le loro porte alla gioventù maschile per le catechesi, spesso seguite da passeggiate-dialogo nei viali del giardino. Alle catechesi partecipavano tutti con volontà e serietà, apprendendo le verità della fede cristiana tra momenti di svago e di giochi collettivi. Molti giovani ed adulti, maschi e femmine avevano una propria guida spirituale che, sempre disponibile, dava loro buoni consigli.

Uno dei momenti forti della vita comunitaria era proprio la solennità dedicata alla Beata Vergine Addolorata, nella quinta domenica di quaresima, quando le donne tutte si recavano in chiesa e tante di esse, vedove o madri di giovani caduti o dichiarati dispersi, vestite a lutto, facevano ressa per avere il privilegio di portare sulle proprie spalle la pedana dove era posto il simulacro della Vergine Addolorata lungo le strade del paese, quasi ad offrire a Lei una parte delle loro pene per alleviare quelle da Lei stessa sopportate e da quella offerta ricevere in cambio l’aiuto per sopportare le proprie, instaurando così con Lei quasi una condivisione diretta ed immediata. Infatti la statua raffigurante la Vergine Addolorata  presenta un volto dolcissimo che esprime nel contempo dolore e rassegnazione, indicando come, solo immergendosi nella Fede, possono essere accettati e superati i  momenti  tragici della vita. Le donne di Ducenta hanno da sempre compreso questo messaggio. Alla processione partecipava tutto il popolo con infinita devozione. Essa era aperta dalle ragazze dell’Azione Cattolica che divise per età e distinte nei gruppi di “piccolissime”, “beniamine”, “aspiranti” e “giovanissime” in fila ordinata per due con la fascia azzurra recante la scritta “Gioventù femminile di Azione Cattolica” procedeva con passo lento recitando preghiere ed invocazioni alla Vergine; seguivano i maschi, ragazzi e giovanetti quindi il parroco con gli uomini impegnati nella guida dei giovani e poi il simulacro della Beata Vergine Addolorata portata a spalla dalle donne. Sia esse che tutte le altre al seguito, portavano al collo uno scapolare di stoffa  detto “l’abitino”  recante l’immagine dell’Addolorata. Subito dietro tutto il resto della popolazione che procedeva devozionalmente recitando preghiere e litanie alla Vergine.  Questa tradizione è continuata e si rinnova anno per anno ancora oggi, anche se non è più presente in parrocchia l’Azione Cattolica e anche se le modalità sono cambiate in parte e la partecipazione maschile è scemata;

Negli anni sessanta, se non erro era il 1960, un grande devoto della Vergine Addolorata di Ducenta, il sig. Ortensio Del Vecchio chiamò a raccolta a casa sua i giovani che frequentavano le pratiche di pietà e che erano assidui alla frequenza delle pratiche religiose della parrocchia, e chiese loro di aiutarlo a realizzare il progetto di rappresentare i dolori sopportati dalla Vergine Maria con personaggi vestiti con costumi dell’epoca inseriti nella processione che si svolgeva nella quinta domenica di quaresima. I giovani tutti accettarono l’idea con gioia e con l’assenso del parroco di allora il rev. Don Giorgio Maiale si realizzò per la prima volta una processione con i personaggi in vestiti d’epoca rappresentanti i sette dolori della Vergine Addolorata. I costumi vennero allora e per vari anni successivi, fittati a Napoli presso la ditta “Pica” che trovavasi nei pressi dell’orto botanico, poi quando questo tipo di processione prese radicalmente piede si passò a realizzare i costumi in loco e molti compaesani e compaesane pur di partecipare all’evento dando testimonianza di fede, accettarono  di  gravarsi  del costo del costume che avrebbero indossato.

Molti costumi furono donati alla parrocchia ma tanti altri furono tenuti in casa, quasi dovessero rinnovare continuamente l’amore e la confidenza di fede posta nella presenza costante della Vergine Addolorata. Dopo alcuni anni lo stesso sig. Del Vecchio propose di dedicare in chiesa,  una cappella alla Beata Vergine Addolorata e  venne scelta quella già dedicata alle anime Sante del Purgatorio, che oggi vediamo trasformata e abbellita secondo lo stile dell’epoca con materiali quanto più belli e consoni vi potessero essere.

La Nicchia dove era alloggiata la statua della Vergine Addolorata è quella dove ora è posta la statua rappresentante San Luigi Gonzaga.

Le vicende ecclesiastiche della nostra parrocchia hanno vissuto nel tempo momenti belli ed anche meno belli, qualche parroco ha ostacolato la realizzazione di tale processione perché forse aveva temuto che si potesse cadere nel protagonismo puro da parte di chi impersonava i vari quadri e che l’attenzione verso l’intimo momento religioso assumesse importanza secondaria, divenendo la processione solo un fatto folcloristico. E’ d’altra parte vero che c’è stato qualche eccesso di protagonismo che niente di nuovo o di bello ha aggiunto all’evento in se, e che pertanto bastava solo guidare ed ordinare seriamente il tutto, visto che il parroco ha la facoltà in toto di farlo. Peccato che alcuni anni fa, i costumi ben custoditi in parrocchia, senza interpellare alcuno, furono riposti con incuria, in uno sgabuzzino nel quale per sventura vi pioveva; quando si andarono a prendere i costumi per consegnarli ai figuranti, grande fu il dolore ed il disappunto nel constatare di come fossero tutti rovinati, pertanto per alcuni anni questa tradizione è stata interrotta. Solo quest’anno è stato possibile riprenderla ricominciando da capo.

Una spinta forte affinché tale tipo di processione venisse ripristinata è pervenuta dalla stragrande maggioranza delle donne   ducentesi. Esse sentono ed avvertono che le difficoltà ed i dolori affrontati dalla Vergine Maria sono difficoltà che oggi più che mai tutte loro vivono e sopportano nella vita familiare;  anche se spesso queste difficoltà, questi dolori si presentano sotto forme diverse: la mancanza di lavoro e quindi del necessario sostentamento,  gravissime malattie che stanno decimando in modo sistematico la nostra popolazione…

Tutti sentiamo che solo in parte i nostri dolori, che a volte sembrano essere insopportabili, possono paragonarsi ai dolori della Vergine e considerandola ancora persona viva e presente in mezzo a noi, pregandola ci rivolgiamo a lei con la fiducia e la certezza di essere ascoltati ed aiutati nelle traversie familiari e personali.

Tutti abbiamo ben compreso che Dio non desidera sofferenza e dolori per l’uomo, Egli ci ha resi liberi, capaci di comprendere la responsabilità dei nostri errori e consapevoli della nostra grande umana fragilità. Fragilità dimostrataci da Cristo stesso nell’accettare le difficoltà affrontate nella sua vita, affrontate durante la sua predicazione e culminati nella sua passione e morte; tutto però vissuto nell’obbedienza alla volontà del Padre, ma tutto trasformato nel più fulgido ed inimmaginabile premio: la Sua risurrezione, fulgido esempio di ciò che attende tutti noi suoi fratelli.

La vergine Addolorata ci indica la strada per giungere a tale meta, e tra noi, anche il più duro di cuore, se per un solo attimo rivolge lo sguardo verso il suo viso comprende che solo mediante il suo aiuto può incontrare il Figlio.

Ducenta 5/11/2014

Franco Migliore – album dei ricordi

 

APPUNTI SULLA DEVOZIONE DEL POPOLO DI DUCENTA ALLA VERGINE ADDOLORATA

La devozione del popolo di Ducenta, in particolare delle donne di Ducenta alla Beata Vergine è stata sempre un cardine della vita di ogni giorno. Il culto ha radici antichissime ed ha avuto una spinta ancora maggiore con gli eventi funesti della prima e seconda guerra mondiale, quando la popolazione, in maggioranza contadini, privata delle braccia dei giovani impegnati nei conflitti, dovette affrontare difficoltà di ogni genere. In particolare le donne dovettero mettere a frutto tutte le loro qualità, la loro intelligenza e la loro operosità nel riuscire a dare il necessario sostentamento alle famiglie. Unico conforto lo trovavano nel dialogare con la Beata Vergine che consideravano quasi persona viva e presente in mezzo a loro. Avevano ben compreso le difficoltà, i patimenti, le traversie e i dolori che la Vergine aveva subito e sopportato nella sua vita. Ella che da subito, ancora giovane fanciulla, promessa sposa, aveva fatto dono della sua femminilità all’Altissimo, rinunciando ai piaceri della carne. Successivamente, il dolore provato per il figlio innocente arrestato, processato e condannato a morte. L’indicibile sofferenza nell’incontrare il figlio straziato, sulla via del Calvario. Il terribile tormento nel vederlo messo in croce e lasciatovi morire senza poter in alcun modo aiutarlo. Tanti patimenti, tanti dolori e gli inimmaginabili ed indicibili strazi, hanno fatto ben comprendere la grandezza di quella donna fragile e indifesa che era divenuta la “Donna per eccellenza, la Madre dell’umanità” perché salda nella sua fede, era stata capace di sopportare quanto di più terribile e nefasto dolore, potesse essere da mente umana immaginato. Esse, la considerano colei che è sempre attenta e pronta ad aiutarle in ogni difficoltà. Numerosissime le invocazioni che le rivolgono quotidianamente, attingendo da queste, forza e vigore. Ella è la compagna per eccellenza a cui tutte si ispirano. Nella preghiera comunitaria del rosario trovano forza e serenità, e tale devozione è il lenitivo, anzi, il toccasana per i loro dispiaceri, le loro sofferenze e i loro dolori. Uno dei momenti forti della vita comunitaria è sempre stata la solennità dedicata alla Beata Vergine Addolorata, quando le donne tutte si recano in chiesa per pregare  e per avere il privilegio di portare sulle proprie spalle il simulacro della Vergine Addolorata percorrendo le strade del paese, quasi ad offrirle una parte delle loro pene per alleviare quelle da lei stessa sopportate; e da quella offerta, ricevere in cambio l’aiuto per sopportare le proprie, instaurando così con lei quasi una condivisione diretta ed immediata. Questa tradizione si rinnova anno per anno ancora oggi.   Nel 1960, un grande devoto della Vergine Addolorata di Ducenta, il sig. Ortensio Del Vecchio chiamò a raccolta i giovani dell’Azione Cattolica e chiese loro di aiutarlo a realizzare il progetto di rappresentare i dolori sopportati dalla Vergine Maria con personaggi vestiti con costumi dell’epoca, inseriti nella processione. I giovani accettarono l’idea e con l’assenso del parroco di allora il rev. Don Giorgio Maiale, si realizzò per la prima volta tale tipo di processione. Una spinta forte affinché essa venisse continuata nel tempo  pervenne  proprio  dalla stragrande maggioranza delle donne ducentesi e ancora oggi si cerca di realizzarla nel migliore dei modi. Tutti i ducentesi avvertono come le difficoltà ed i dolori, che a volte sembrano essere insopportabili, solo in parte possono paragonarsi ai dolori della Vergine e per tal motivo le si rivolgono con la fiducia e la certezza di essere ascoltati ed aiutati nelle traversie familiari e personali.

PRESIDENTE: Nazzaro Cassandra

RESPONSABILE COREOGRAFIA: Mottola Maria

ECONOMO: Petruzzo Nunzio

RESPONSABILE PORTANTINE: Costanzo Francesca